Rocky sale sul ring di Chili

Cos’hanno in comune Il grande dittatore, Quarto Potere e Rocky? Ovvero: è davvero possibile mettere nella stessa frase Charlie Chaplin, Orson Welles e Sylvester Stallone? Sì, e la frase è la seguente: sono le uniche tre persone, nella storia dell’Oscar, ad aver ricevuto per lo stesso film la candidatura come Miglior Attore e Miglior Sceneggiatura. E allora, volendo stare al gioco, se Chaplin è il talento universale e Welles la genialità fuori scala, Sly rappresenta un approccio all’arte cinematografica testardo e caparbio, incrollabilmente tenace.

D’altronde chi si nasconde, se non Stallone stesso, dietro quel Robert Balboa, detto Rocky, figlio dimenticato del proletariato che si arrangia nei bassifondi di Philadelphia? Bullo di periferia esattore per conto di un gangster mezza tacca, spiantato, furbo quanto basta per capire di non esserlo abbastanza. Ma soprattutto pugile fallito, carne da macello di 28 anni, ripudiato dal suo stesso allenatore. Ed esattamente come Stallone, che al momento di concludere l’accordo per la sceneggiatura del film con i produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff aveva 106 dollari nel conto corrente e si stava informando per vendere il suo cane, anche Rocky non perde le speranze, rimane in attesa della giusta occasione. Che giunge con l’arrivo in città del campione del mondo Apollo Creed; il quale, privo di avversario per un incontro già programmato, decide di dare una chance a un pugile locale e per caso sceglie lo Stallone Italiano.

Una delle incarnazioni più iconiche del sogno americano, Rocky Balboa – semplice, leale, ingenuo, figlio di immigrati, povero, innamorato, sfavorito: una macchina per l’empatia – sconvolge la vita di Stallone, che trasforma una sceneggiatura scritta in tre giorni dopo aver assistito al match tra il fuoriclasse Alì e lo sconosciuto mestierante del ring Chuck Wepner in un film dal budget minimo (un milione di dollari e spicci), girato all’insegna dell’arrangiarsi, che guadagna 225 milioni di dollari in tutto il mondo e vince tre Oscar (film, regia e montaggio). Una pellicola grezza ed esaltante, tenera e commovente nel suo denudarsi e privarsi della maggior parte dei filtri che rendono banale e risaputo molto cinema commerciale, stupida e coraggiosa nel mostrarsi genuina e povera. Impossibile non volergli bene.

Consigliato a chi fa il tifo per Paolino Paperino, a chi ancora crede nell’importanza dell’emozionarsi e del soffrire per un groppo in gola mentre guarda un film, chi se ne importa della perfezione formale e della ricercata raffinatezza.

 

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