La sfida del samurai è in streaming su Chili

Primo film di un dittico, con il successivo Sanjuro, avente per protagonista il samurai Sanjuro, interpretato dal sodale Toshiro Mifune che, per il primo dei due film, vinse la veneziana Coppa Volpi come migliore interprete. Il protagonista è un ronin, un samurai senza padrone, che viene assoldato alternativamente da due clan rivali che si contendono la supremazia in un villaggio. Riuscirà a sfruttare a proprio vantaggio la faida tra le due fazioni per liberare la comunità dalla corruzione e dal terrore.

Rispetto al suo classico I sette samurai, Kurosawa tratta la vicenda con molta ironia e humor, anomali per il cineasta. Siamo ora in una dimensione picaresca, antieroica: il film vuole essere una parodia del genere di cappa e spada giapponese, il chanbara, termine che riprende l’espressione onomatopeica “chan chan bara bara” che indica il clangore delle spade che cozzano tra di loro. Significativamente è anche diverso il periodo storico in cui il film è ambientato. Non è più il XVI secolo de I sette samurai, o di Kagemusha e Ran, epoca della supremazia della classe samuraica, ma nel periodo Edo in cui i mitici guerrieri giapponesi andavano incontro al loro declino. Una fase di pace che vedeva l’ascesa della classe mercantile, in cui i samurai perdevano il loro ruolo nella società. I più fortunati di loro trovavano posto come burocrati, ma gli altri si vedevano costretti a lavori umilianti come confezionare palloncini di carta, o diventare giocatori d’azzardo o vendersi come mercenari al miglior offerente. È quest’ultimo il caso di Sanjuro. Il titolo originale del film, Yojimbo, significa in effetti “guardia del corpo”.

Il protagonista del film è come il pistolero di un western che secca i suoi avversari fulmineamente, senza che questi abbiano il tempo di reagire. L’attitudine di Sanjuro a combattimenti rapidi e secchi è anomala anche per il chanbara tradizionale che dà molta più importanza all’estetica dei combattimenti. E Kurosawa ci mette una serie di scene disturbanti, come quella del cane randagio che corre con un braccio amputato in bocca, aggiungendovi effetti sonori come quello che si presume essere della carne tranciata dalle lame di una spada. Il mondo del villaggio è torbido, governato dalla corruzione, sembra quello della Yakuza che il regista ha raccontato ne I cattivi dormono in pace. Ma ancora una volta emerge l’umanesimo di Kurosawa: Sanjuro si rivelerà come un giustiziere idealista, cinico solo in apparenza, macchiavellico per necessità.

Come per I sette samurai, il film ha dato luogo a numerose scopiazzature. Due i remake del film. Il primo altri non è che Per un pugno di dollari, con Clint Eastwood nel ruolo di Mifune, il sigaro al posto dello stuzzicadenti, la pistola al posto della katana, la spada dei samurai. Ne seguì un’azione legale internazionale per plagio, ma, col senno di poi, possiamo dire che Kurosawa diede involontariamente il via allo spaghetti western. Il secondo rifacimento, questa volta autorizzato, è Ancora vivo, un film del 1996 di Walter Hill, con Bruce Willis e Christopher Walken.

Da vedere per gli appassionati di Kurosawa ma anche per quelli di Leone e degli spaghetti western.

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